Il software sta diventando usa e getta. E forse è la notizia migliore per le aziende.

L'AI rende il software sempre più effimero.

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7 novembre 20268 min di lettura4 visualizzazioni

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Per oltre vent’anni abbiamo costruito il mondo digitale delle aziende attorno a un principio apparentemente indiscutibile: per gestire un processo serve un’applicazione.

Per gestire i clienti serve un CRM. Per le spese un gestionale. Per le approvazioni un workflow. Per i progetti un altro strumento. Per visualizzare le informazioni una dashboard.

Ogni nuova esigenza aziendale ha portato con sé una nuova applicazione, nuove configurazioni, nuove integrazioni e, spesso, nuovi costi.

Abbiamo finito per considerare normale una cosa piuttosto curiosa: sono le aziende a dover adattare il proprio modo di lavorare al software, anziché il contrario.

Ma qualcosa sta cambiando. E potrebbe cambiare molto più velocemente di quanto immaginiamo.

Il software non deve più durare per sempre

Nel settembre 2025, Tomasz Tunguz, venture capitalist di Theory Ventures, ha pubblicato una riflessione dal titolo Coffee, Omelettes, and Five-Course Meals: A New Software Menu.

La sua intuizione è semplice quanto potente: se l’intelligenza artificiale rende la creazione di software sempre più rapida ed economica, perché dovremmo continuare a considerare ogni applicazione come qualcosa destinato a durare anni?

Tunguz descrive tre livelli destinati a convivere:

  • Durable SaaS: applicazioni persistenti, pensate per accompagnare processi aziendali nel tempo.
  • Ephemeral Apps: applicazioni temporanee, generate per uno specifico progetto o bisogno e abbandonate quando non servono più.
  • Instant Questions: richieste che producono immediatamente un’informazione, senza richiedere un’applicazione dedicata.

Secondo Tunguz, applicazioni effimere e interrogazioni istantanee potrebbero diventare enormemente più numerose delle applicazioni SaaS tradizionali. È una previsione, non un dato già dimostrato. Ma la direzione è interessante.

Se un’esigenza dura dieci minuti, perché la soluzione software dovrebbe durare dieci anni?

E soprattutto: perché dovremmo acquistare, configurare e mantenere un’intera applicazione per risolvere un problema che potrebbe essere affrontato con una semplice conversazione?

Il vero problema non è creare software. È tutto quello che viene dopo.

Oggi possiamo chiedere a un’intelligenza artificiale di costruire un’applicazione. Possiamo descrivere una schermata, generare codice, creare un database e ottenere un prototipo funzionante in tempi che fino a poco fa sembravano impossibili.

È un progresso straordinario. Ma proviamo a immaginare cosa succede quando quella stessa applicazione deve entrare realmente nella vita di un’azienda.

Chi gestisce le autorizzazioni? Come si collega ai clienti già presenti nel CRM? Come evita di duplicare informazioni? Come tiene traccia delle modifiche? Cosa succede quando deve coinvolgere tre reparti, richiedere un’approvazione o interagire con un sistema esterno? E soprattutto, cosa rimane quando quell’applicazione non serve più?

Generare un’interfaccia è diventato molto più semplice. Garantire continuità operativa, coerenza dei dati e controllo aziendale rimane un problema completamente diverso.

Perché un’azienda non è una collezione di schermate. È una rete di persone, dati, regole, decisioni e processi che devono continuare a funzionare indipendentemente da come vengono utilizzati.

E se fosse il processo a diventare il vero software?

Facciamo un esempio. Un’azienda vuole gestire le richieste di acquisto.

Nel modello tradizionale cerca un’applicazione, configura i moduli, definisce i ruoli, imposta le approvazioni e forma le persone che dovranno utilizzarla.

Nel modello del vibe coding potrebbe chiedere a un’AI di costruire un’applicazione personalizzata per farlo.

Ma esiste una terza possibilità: descrivere semplicemente come deve funzionare il processo.

Una richiesta di acquisto deve contenere determinati dati. Sotto una certa soglia può essere approvata automaticamente. Sopra quella soglia deve coinvolgere un responsabile. Una volta autorizzata deve aggiornare i sistemi interessati.

A questo punto, perché obbligare tutti a utilizzare la stessa interfaccia?

Un dipendente potrebbe scrivere: «Devo acquistare tre monitor per il nuovo ufficio».

Il responsabile potrebbe ricevere una richiesta di approvazione. L’amministrazione potrebbe consultare una dashboard con le spese autorizzate. Un agente AI potrebbe verificare automaticamente la completezza delle informazioni. E un sistema esterno potrebbe interagire con lo stesso processo attraverso un’API.

Cinque modalità di interazione. Un unico processo. Gli stessi dati. Le stesse regole.

Non stiamo più parlando di costruire un’applicazione. Stiamo parlando di rendere un processo aziendale disponibile ovunque sia necessario.

Le interfacce possono essere effimere. I processi non devono esserlo.

Qui emerge il punto più importante della riflessione di Tunguz. Dietro ogni applicazione temporanea deve esistere un livello persistente, affidabile e governato.

Un sistema che mantenga dati, permessi, regole aziendali e una fonte coerente della verità.

Perché sarebbe un errore interpretare il software effimero come la possibilità di rendere temporaneo tutto.

Un’interfaccia può nascere oggi e scomparire domani. Una dashboard può essere creata soltanto per una riunione. Un’analisi può servire una volta sola. Ma una fattura, un’autorizzazione, una relazione commerciale o una decisione aziendale devono continuare a esistere.

Rendere temporanea l’esperienza, non la memoria dell’azienda.

Il software del futuro potrebbe avere interfacce sempre meno permanenti, ma avrà bisogno di fondamenta sempre più solide.

Il passo successivo: non generare applicazioni, ma renderle opzionali

Il mercato si sta concentrando molto sulla capacità dell’intelligenza artificiale di generare software. È comprensibile: vedere un’applicazione nascere da una descrizione in linguaggio naturale è impressionante.

Ma siamo convinti che la domanda più interessante sia un’altra: e se non fosse necessario generare un’applicazione per ogni esigenza?

Immaginiamo un commerciale che, durante una telefonata, chieda di aggiornare un’opportunità. Un responsabile operativo che chieda quali pratiche sono bloccate e per quale motivo. Un direttore amministrativo che voglia visualizzare soltanto per oggi una dashboard dedicata agli scostamenti di budget. Un agente AI che, ogni mattina, controlli le attività in ritardo ed esegua quelle autorizzate.

In nessuno di questi casi dovrebbe essere necessario chiedersi prima quale software aprire. L’interazione dovrebbe nascere dall’intenzione dell’utente.

A volte sarà una conversazione. A volte una vista grafica. A volte un’automazione. A volte un agente che lavora senza alcuna interfaccia visibile.

Il punto non è sostituire ogni schermata con una chat. Le interfacce grafiche rimarranno preziose per analizzare, confrontare e controllare informazioni complesse.

Il punto è smettere di considerare la schermata come il centro del sistema.

È esattamente la direzione in cui stiamo costruendo Flowvenue

Quando abbiamo iniziato a progettare Flowvenue, siamo partiti da una domanda: perché un’azienda dovrebbe avere bisogno di un software diverso ogni volta che cambia un processo?

Da questa domanda è nata una piattaforma in cui il processo aziendale è l’elemento centrale.

Con Flowvenue è possibile configurare processi, dati, relazioni, regole operative, approvazioni e integrazioni, rendendoli utilizzabili attraverso un’interfaccia conversazionale.

Gli stessi processi possono essere esposti a sistemi e agenti esterni attraverso API e MCP, oppure rappresentati in interfacce operative personalizzate.

Questo significa che non dobbiamo necessariamente scegliere in anticipo se un’esigenza richiederà una chat, una dashboard o un’applicazione tradizionale. Possiamo partire da quello che l’azienda deve fare. E decidere successivamente come renderlo accessibile.

Non significa che ogni scenario complesso sia automaticamente risolto o che la configurazione non richieda attenzione. Significa cambiare l’ordine delle priorità.

Prima il processo. Poi l’esperienza. Non il contrario.

Il futuro del software aziendale non sarà necessariamente senza applicazioni

Probabilmente continueremo ad avere grandi piattaforme, sistemi specializzati e applicazioni estremamente sofisticate. Non tutto deve diventare effimero. E non tutto dovrebbe essere affidato a una conversazione.

Ma potrebbe ridursi radicalmente il numero di esigenze che richiedono l’acquisto, lo sviluppo o il mantenimento di un’applicazione dedicata.

In questo scenario, il vantaggio competitivo non apparterrà necessariamente a chi saprà generare più velocemente nuove schermate. Apparterrà a chi riuscirà a mantenere una base operativa coerente, sicura e riutilizzabile, rendendola accessibile attraverso qualunque esperienza serva in quel momento.

È una trasformazione che tocca anche il modello economico del software. Se il valore non risiede più nel numero di persone che utilizzano un’applicazione, ma nei processi che vengono effettivamente eseguiti, anche il modo di acquistare software è destinato a evolvere.

Meno attenzione al numero di accessi. Più attenzione al lavoro svolto e al valore prodotto.

La domanda che dovremmo iniziare a farci

Per anni, davanti a ogni nuova esigenza, ci siamo chiesti: «Quale software dobbiamo comprare?».

Poi abbiamo iniziato a chiederci: «Possiamo costruirlo con l’intelligenza artificiale?».

Forse la prossima domanda sarà molto più semplice: «Cosa dobbiamo ottenere?»

E sarà il sistema a rendere disponibile il processo, l’interfaccia o l’automazione più appropriata.

Tomasz Tunguz immagina un futuro in cui il software possa avere la durata di un caffè, di una colazione o di un pasto completo.

Noi immaginiamo un futuro in cui non sia nemmeno necessario scegliere dal menu.

Basterà dire cosa vogliamo fare. E il software, finalmente, si adatterà a noi.


Flowvenue è una piattaforma SaaS conversazionale che permette di costruire, gestire ed eseguire processi aziendali attraverso linguaggio naturale, interfacce personalizzate e integrazioni con agenti AI.

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Spunto di approfondimento: Tomasz Tunguz, Coffee, Omelettes, and Five-Course Meals: A New Software Menu.