Cosa succede quando l’Intelligenza Artificiale non si limita più ad assistere le persone, ma permette loro di trasformare la propria conoscenza in processi eseguibili? Alla Rome Future Week 2026 abbiamo provato a dare una risposta concreta, costruendo un processo dal vivo e confrontandoci con chi questa trasformazione la sta già sperimentando sul campo.
Il 23 settembre, durante Rome Future Week 2026, Flowvenue, insieme a Trice e Gruppo R1, ha portato sul palco di Future in Action una domanda apparentemente semplice:
e se il prossimo salto di produttività delle aziende non arrivasse dall’ennesimo software, ma da un modo completamente diverso di costruire e utilizzare il software?
Per anni la trasformazione digitale ha significato aggiungere applicazioni.
Un CRM per le vendite.
Un ERP per l’amministrazione.
Un sistema HR per le persone.
Un ticketing per l’assistenza.
Excel per tutto ciò che rimaneva fuori.
Il risultato è che molte aziende oggi dispongono di decine, talvolta centinaia, di strumenti digitali e continuano comunque a gestire processi attraverso email, fogli Excel, PDF, telefonate e attività manuali.
L’Intelligenza Artificiale sta aprendo una possibilità diversa.
Non semplicemente automatizzare ciò che già facciamo, ma trasformare la conoscenza delle persone in processi digitali, eseguibili e continuamente migliorabili.
È da questa idea che nasce quella che chiamiamo Economia Circolare dei Processi.
Dall’AI che parla all’AI che fa
L’evento si è aperto con gli interventi di Maria Fasolino di Gruppo R1 e Vincenza Di Pierno, Amministratore Unico di Trice.
Il punto di partenza è stato molto concreto: l’AI sta attraversando la stessa transizione che molte tecnologie hanno vissuto prima di diventare realmente trasformative.
La ricerca sull’Intelligenza Artificiale ha radici profonde. Ciò che è cambiato radicalmente negli ultimi anni è la possibilità di trasformare quelle idee in sistemi accessibili, scalabili e utilizzabili quotidianamente dalle organizzazioni.
Per questo la vera sfida non è più soltanto sperimentare un modello linguistico.
È capire come portare l’AI dentro i processi aziendali senza creare un ulteriore silo tecnologico.
Ed è qui che diventa importante l'incontro tra mondi differenti: l'esperienza di un system integrator come Gruppo R1, la capacità di trasformazione di Trice e l'approccio di una piattaforma come Flowvenue.
L'obiettivo comune non è introdurre AI perché “bisogna avere l'AI”.
È trasformarla in operatività.
Il caso SIMEST: l'innovazione che parte dai processi
A dare concretezza a questa visione è stata Flavia Sciannandrone, Responsabile ICT di SIMEST – Gruppo Cassa Depositi e Prestiti. La sua testimonianza ha messo in luce un'opportunità che accomuna molte grandi organizzazioni già fortemente digitalizzate: portare lo stesso livello di maturità tecnologica anche ai processi che attraversano sistemi, persone e dipartimenti diversi. Attività come l'onboarding dei nuovi colleghi, la gestione dei dispositivi o le richieste di smart working coinvolgono per loro natura più funzioni e più strumenti, e rappresentano quindi un terreno ideale per un ulteriore salto di qualità. Con Flowvenue, SIMEST ha avviato un progetto di valorizzazione di questi flussi trasformandoli in processi automatizzati, centralizzati e tracciabili, con benefici in termini di efficienza, trasparenza ed esperienza per le persone partendo dai seguenti processi:
| Processo | Prima | Con Flowvenue |
|---|---|---|
| Onboarding | Passaggi manuali, email e attività da ricostruire a ogni ingresso | Processo unico, strutturato e tracciabile |
| Gestione dispositivi | Censimenti manuali e difficoltà nel confrontare utilizzato e fatturato | Informazioni integrate nel processo e controlli automatizzabili |
| Smart Working | Richieste e approvazioni distribuite via email | Workflow digitale con notifiche e passaggi strutturati |
Uno degli aspetti interessanti che emerge è la velocità con cui il nuovo paradigma è stato assimilato e la semplicità con cui gli utenti stessi, owner dei singoli processi, sono stati in grado di configurare autonomamente i workflow utilizzando linguaggio naturale, contribuendo ad evolvere profondamente il rapporto tra business e tecnologia.
Quando costruire un processo costringe a migliorarlo
C’è un effetto collaterale dell’AI applicata ai processi che tendiamo a sottovalutare.
Quando una persona deve spiegare a una macchina come funziona realmente un processo, è costretta a interrogarsi sul processo stesso.
Perché mandiamo questa email?
Perché questa approvazione esiste?
Perché chiediamo nuovamente un’informazione che possediamo già?
Perché questo passaggio viene eseguito da una persona?
La conversazione con l’AI diventa quindi anche uno strumento di process redesign.
Non significa semplicemente digitalizzare una procedura esistente.
Significa poterla mettere in discussione mentre la si costruisce.
Ed è probabilmente qui che si trova una delle opportunità più interessanti dell’AI applicata al business.
Business Vibe Coding: abbiamo costruito un processo dal vivo
Durante il workshop abbiamo voluto evitare la classica demo preparata.
Abbiamo chiesto ai partecipanti di scegliere un processo.
La scelta è caduta sulla gestione dell’assistenza di una flotta di mezzi.
Da quel momento abbiamo iniziato a descrivere il problema in linguaggio naturale.
Il sistema ha progressivamente costruito il processo, definendo struttura dati, informazioni necessarie, passaggi operativi e logiche di gestione.
Non abbiamo iniziato disegnando tabelle.
Non abbiamo scritto codice.
Non abbiamo configurato schermate.
Abbiamo descritto il business.
È questa l’idea alla base di ciò che chiamiamo Business Vibe Coding: utilizzare il linguaggio naturale per trasformare la conoscenza di dominio in software operativo.
L’AI, in questo modello, non è soltanto un chatbot.
Diventa co-designer del processo durante la costruzione e componente operativa durante la sua esecuzione.
La migliore interfaccia potrebbe essere quella che scompare
Durante la demo abbiamo mostrato anche un altro cambiamento che riteniamo fondamentale.
Sempre più spesso utilizziamo Flowvenue senza aprire Flowvenue.
Un processo può essere interrogato o eseguito attraverso strumenti conversazionali come Microsoft Teams o ChatGPT.
Questo porta a una conseguenza interessante.
Per decenni abbiamo insegnato alle persone come utilizzare il software.
Menu.
Form.
Dashboard.
Campi.
Filtri.
Ora stiamo iniziando a fare il contrario:
è il software che deve imparare a rendersi utilizzabile attraverso il modo naturale con cui le persone esprimono ciò che vogliono ottenere.
L'interfaccia non scompare completamente.
Smette però di essere necessariamente il punto di ingresso obbligatorio.
Dallo smartphone al “sistema operativo” dei processi
Durante l'evento abbiamo utilizzato una metafora.
Prima dello smartphone avevamo una fotocamera, un navigatore GPS, un lettore MP3, una sveglia, un telefono e molti altri dispositivi.
Lo smartphone non ha semplicemente sostituito quei dispositivi.
Ha creato un layer comune sul quale funzioni differenti potevano convivere e comunicare.
Nel software aziendale siamo ancora, per molti aspetti, nell'era precedente allo smartphone.
CRM, ERP, HR, ticketing e decine di applicazioni verticali possiedono ciascuno una parte della realtà aziendale.
Sono ottimi System of Record.
Ma un processo raramente vive dentro uno solo di essi.
Un ordine può partire dal CRM, attraversare l’ERP, richiedere un’approvazione umana, generare un documento, chiamare un servizio logistico e infine inviare una comunicazione al cliente.
Il processo è trasversale.
Per questo crediamo serva un livello differente:
un System of Process.
Un layer capace di governare il processo end-to-end, lasciando ai sistemi esistenti il ruolo per cui sono stati progettati.
Non sostituire necessariamente CRM ed ERP.
Orchestrare ciò che accade tra loro.
Se digitalizzi il caos, ottieni caos digitale
Questo punto diventa ancora più importante con l’arrivo dell’AI.
Un modello linguistico può interrogare decine di sistemi.
Può generare testi.
Può chiamare API.
Può eseguire azioni.
Ma se sotto di esso non esiste una struttura di processo, rischiamo semplicemente di mettere un agente estremamente potente sopra un'organizzazione frammentata.
L'AI non elimina automaticamente il caos organizzativo. Può anche amplificarlo.
Per questo il processo diventa fondamentale.
Deve esistere un livello deterministico che definisca:
- cosa può essere fatto;
- quali dati sono necessari;
- quali regole devono essere rispettate;
- quando l'AI può agire autonomamente;
- quando serve l'intervento umano;
- cosa è realmente accaduto.
L’AI può essere il motore.
Ma il processo rimane la strada.
Human-in-the-loop: automatizzare non significa eliminare l’uomo
Uno degli esempi discussi durante l'evento riguardava attività amministrative ad alta intensità manuale.
Immaginiamo la classificazione di centinaia di documenti o la riconciliazione di informazioni provenienti da fonti differenti.
L’AI può automatizzare una percentuale enorme del lavoro.
Ma esisteranno casi ambigui.
Una descrizione potrebbe riferirsi a entità simili. Un documento potrebbe non contenere informazioni sufficienti. Una decisione potrebbe avere un impatto economico significativo.
Il modello corretto non è necessariamente:
AI oppure essere umano.
È:
AI + processo + essere umano.
La macchina gestisce volume, ripetitività e velocità.
Il processo stabilisce le regole.
La persona interviene nei punti in cui giudizio, responsabilità o conoscenza contestuale sono indispensabili.
È così che l'automazione diventa affidabile.
Dalla Process Automation alla Process Economy
Ma durante Rome Future Week abbiamo voluto spingerci un passo oltre.
Perché se possiamo descrivere un processo in linguaggio naturale, costruirlo rapidamente e renderlo eseguibile, allora cambia anche il valore economico della conoscenza di dominio.
Pensiamo a una persona che conosce perfettamente un processo di factoring.
O di gestione logistica.
O di onboarding bancario.
O di controllo qualità industriale.
O di gestione di una struttura sanitaria.
Fino a oggi quella competenza poteva essere monetizzata principalmente attraverso il lavoro della persona: consulenza, formazione, implementazione.
Domani quella stessa competenza può diventare un asset digitale eseguibile.
Il professionista costruisce il processo.
Lo perfeziona attraverso l'esperienza.
Lo rende riutilizzabile.
Un'altra organizzazione può adottarlo.
E chi ha costruito quella conoscenza può partecipare al valore generato ogni volta che viene utilizzata.
Questa è l'idea dell'Economia Circolare dei Processi.
La conoscenza entra nel sistema come esperienza umana, diventa un processo eseguibile, genera nuovi dati ed esperienza e ritorna come conoscenza migliorata.
Un ciclo continuo.
Competenza → Processo → Esecuzione → Dati → Miglioramento → Nuova competenza.
Il prossimo asset aziendale potrebbe non essere un software
Potrebbe essere un processo.
Per anni abbiamo considerato il software un asset e la conoscenza delle persone qualcosa di difficilmente trasferibile.
L'AI sta iniziando a ridurre questa distanza.
Quando una persona può descrivere ciò che sa fare e trasformarlo in un sistema eseguibile, la conoscenza operativa può diventare infrastruttura.
Ed è probabilmente questa la trasformazione più importante che abbiamo visto durante Rome Future Week.
Non la capacità dell'AI di scrivere una mail.
Non la capacità di generare una dashboard.
Nemmeno la capacità di costruire software più velocemente.
Ma la possibilità di ridurre drasticamente la distanza tra chi conosce un problema e chi può costruire la soluzione.
Per questo il futuro dell’automazione aziendale potrebbe non essere fatto da più software.
Potrebbe essere fatto da software che progressivamente scompare, lasciando al centro ciò che conta davvero:
le persone, la loro conoscenza e i processi attraverso cui quella conoscenza genera valore.
Questa è la direzione che stiamo costruendo con Flowvenue.
E Rome Future Week è stata un'occasione importante per mostrarla non attraverso una presentazione teorica, ma costruendo un processo dal vivo.
Perché forse è arrivato il momento di smettere di chiederci quale software comprare.
E iniziare a chiederci:
quale conoscenza della nostra organizzazione potremmo trasformare nel nostro prossimo asset digitale?
